
SUD 1860, SINTESI DI UN
ANNO INFAUSTO
CIÒ CHE LA STORIOGRAFIA UFFICIALE NON HA RACCONTATO
(DI ANGELO
RUSSO)
Al di là degli stereotipi e delle suggestioni trasmessici dalla
storiografia ufficiale, i tragici eventi del 1860 segnarono per
il Sud, e per la Sicilia in particolare, l’inizio di un subdolo
assoggettamento coloniale al Piemonte e, in genere al Nord
Italia, che prosegue tutt’ora.
Col pretesto dell’unificazione dell’Italia, il Piemonte si
arrogò allora il diritto di conquistare il Sud con un’atroce
guerra mai dichiarata.
Per giustificare l’invasione inventò tutta una serie di
menzogne, che tutt’ora
leggiamo nei libri ufficiali di storia, che ledono la dignità di
una Terra e di un Popolo che furono faro di civiltà e cultura
nel Mediterraneo. In assenza di una riparatrice revisione
storica ufficiale, colpevolmente mai attuata, è bene far
conoscere su questi eventi la verità che emerge dagli studi di
giornalisti e storici basati sulla documentazione dell’epoca
rinvenuta negli archivi storici.
Tutto era cominciato col famoso sbarco dei Mille a Marsala nel
1860.
Una così esigua e disomogenea armata di volontari, seppure
guidati dal mitico avventuriero francese (come lui stesso si
definirà in fin di vita in una lettera al Goldoni) Giuseppe
Garibaldi, è chiaro che nessuna prospettiva di successo avrebbe
potuto avere contro il Regno delle Due Sicilie
che disponeva della terza flotta bellica più potente del mondo
di allora e di un regolare esercito di oltre 100mila uomini ben
equipaggiati ed addestrati, di cui circa 25mila di stanza in
Sicilia.
D'altronde, altre simili avventure, benché tentate da più esigue
forze ad opera dei fratelli Bandiera e di Carlo Pisacane,
avevano avuto nel 1844 e nel 1857 in Sila ed a Sapri un epilogo
catastrofico.
Lo stesso Garibaldi era ben consapevole di tutto questo ed esitò
più volte prima di avventurarsi nell'impresa.
Ma la posta in gioco era il completamento del progetto unitario
d'Italia per la cui
realizzazione, dopo l’avvenuta annessione degli Stati
continentali, restavano da acquisire solo gli Stati pontifici,
il Regno delle Due Sicilie e Venezia. Di questi, lo Stato più
ambito era certamente il Regno delle Due Sicilie. Questo,
nell’Italia smembrata dell’epoca preunitaria, era uno Stato
libero, sovrano e ben strutturato. Era certamente il più esteso
territorialmente ed il più popoloso d’Italia contando nel 1860
poco più di un terzo di tutta la popolazione della Penisola, e
competeva per dignità, cultura, ricchezza, industrie e commercio
con le maggiori potenze internazionali costituite allora da
Inghilterra, Francia, Austria, Russia e dalla emergente Prussia,
fra le quali si poneva ai primi posti (alcuni storici lo
ponevano al terzo posto) come paese industrializzato con
primarie industrie in tutti i settori e specialmente in quelli
metalmeccanico, siderurgico, tessile, cantieristico, estrattivo,
conciario, del corallo, dei vetri e delle porcellane.
Le miniere di zolfo siciliane – il petrolio di allora – erano
ritenute le più importanti del mondo e arrivarono a coprire il
90% della produzione mondiale.
Nel 1861 lo stabilimento tessile di Sarno risultò essere il più
grande d'Italia
nella produzione del lino.
La cartiera di Fibreno era la più grande d'Italia con 500 operai
ed una delle più note d'Europa. Il cantiere navale di
Castellammare di Stabia, con 1.800 operai, era il primo d’Italia
per grandezza e costituiva l’eccellenza mondiale per la
fabbricazione di navi da guerra.
Il complesso siderurgico di Mongiana, in Calabria, era il primo
produttore in Italia di materia prima e semilavorati per
l’industria metalmeccanica.
Nel Sud esistevano circa 100 industrie metalmeccaniche di cui 15
avevano più di 100 addetti e 6 più di 500, a Pietrarsa, in
Campania, era attiva la più grande industria metalmeccanica
d’Italia,
all’avanguardia europea nelle costruzioni ferroviarie, estesa su
una superficie di 34mila metri quadri, l’unica in grado di
costruire motrici navali, e dove il 19 giugno 1836 fu finita di
costruire la prima locomotiva italiana.
Essa contava 1050 operai contro i 480 dell’altra grande
industria
metalmeccanica italiana l’Ansaldo di Genova.
Riferisce Riccardo Scarpa nel suo libro “Nordici e Sudici”,
Diana edizioni, che al primo censimento fatto dal Regno d’Italia
all’indomani dell’unificazione, si registrò che nell’ex
territorio borbonico il numero complessivo di occupati
dell’industria era pari a un milione e 189mila, mentre sommando
gli operai di Lombardia, Piemonte e Liguria, non si arrivava che
a 810mila.
Oltre alla terza flotta bellica più potente d’Europa il Sud
possedeva una poderosa flotta mercantile che deteneva i 4/5 del
naviglio italiano ed era la quarta d’Europa, ne facevano parte
più di 9800 bastimenti per oltre 250mila tonnellate. Nel 1818 fu
varato il primo mezzo navale a vapore al mondo capace di
navigare in mare.
La prima nave italiana ad arrivare a New York fu nel 1854 la
meridionale “Sicilia”.
L’agricoltura era la prima fonte di esportazione con l’olio di
oliva in testa, seguita dalla produzione tessile di cotone, lana
e seta.
Il commercio era florido e prometteva ulteriore incremento data
la posizione strategica della Sicilia nel Mediterraneo posta
sulla rotta per il canale di Suez che da lì a poco (1859-1869)
sarebbe stato aperto.
Lo Stato borbonico era notevolmente ricco ed emetteva solo
monete in oro e argento le quali avevano un valore reale pari a
se stesse in quanto la quantità d’oro o d’argento in esse
contenute avevano pressoché valore uguale a quello nominale.
Anche nel commercio gli scambi avvenivano con simili monete che,
quindi, erano in circolazione in notevole quantità (Nicola
Zitara calcola in cinquecento milioni di pezzi le monete d’oro e
d’argento circolanti nel Regno borbonico).
Il Regno delle Due Sicilie era, dunque, uno Stato ricco,
dall’economia solidissima, con molti primati (vedi elenco in
calce) e tesori, ed era all'avanguardia nei più svariati
settori. Era ritenuto, insomma, uno dei più floridi, progrediti,
ricchi, colti (la reggia di Caserta era la più ambita dopo
quella di Versailles) e forti d’Europa, nonché proteso verso
lusinghiere prospettive di ulteriore crescita economica.
Si comprende, quindi, come nelle mire espansionistiche del regno
sabaudo, il Piemonte, che per le ingenti spese sostenute per la
politica bellicosa ed espansionistica del Cavour (che aveva
fatto tre guerre in dieci anni) emetteva moneta di carta non
convertibile in oro ed era sull’orlo della bancarotta per
l’enorme debito pubblico contratto, ritenesse preminente mettere
le mani sul Regno delle Due Sicilie le cui ricchezze e
potenzialità avrebbero potuto evitare il suo tracollo
finanziario.
Basti pensare, come riferisce il quotidiano “Il sole 24 ore”
dell’11 gennaio 2015, che il Banco delle Due Sicilie custodiva
riserve auree per un miliardo e 200 milioni di lire contro i 20
milioni del Regno Sabaudo (queste valutazioni variano da testo a
testo in base alla valuta della lire dell’epoca di riferimento).
L’occupazione, però, doveva apparire come una spontanea
annessione del Regno
delle Due Sicilie al Piemonte per evitare, nonostante la
neutralità di Napoli, l’innescarsi di eventuali interventi
militari esterni conseguenti all’intricato sistema di alleanze
allora esistente che avrebbe potuto compromettere il fragile
equilibrio geopolitico dell’Europa.
A questo programma lavorava da tempo il primo ministro
piemontese Camillo Benso Conte di Cavour tentando di ottenere
con la diplomazia e la corruzione la “spontanea” annessione al
Piemonte del Regno delle Due Sicilie.
Per raggiungere tale scopo aveva ottenuto il benestare degli
inglesi che tanti interessi vantavano nel Mediterraneo e in
Sicilia, che erano delusi del re borbonico restio a ripristinare
una linea politica più liberale dopo i moti siciliani del 1848,
e che erano pesantemente esposti con le banche piemontesi per
cui erano interessati a che il Piemonte si accaparrasse le
ricchezze del regno borbonico. Inoltre il Cavour aveva inviato
nel Regno delle Due Sicilie i propri sicari per il sostegno dei
movimenti liberisti, la destabilizzazione politica e la
corruzione di funzionari, dignitari, ufficiali e generali
borbonici. Ma le spinte liberiste per un intervento militare
divennero incontenibili e Giuseppe Garibaldi divenne il punto di
riferimento e ne fu coinvolto.
Crispi e Bixio prepararono la spedizione, la Società Nazionale
mise a disposizione
mille fucili, il colonnello Colt mandò dall’America cento delle
sue famose pistole, gli arsenali Ansaldo misero a disposizione
le loro munizioni e la società Rubattino noleggiò le due navi
Piemonte e Lombardo (che, guarda caso, se beneficiario fu
indicato nel contratto Giuseppe Garibaldi, garanti del debito
furono però il re sabaudo e il suo primo ministro Cavour) che
avrebbero trasportato i volontari ormai ammassati a Genova e
smaniosi d’imbarcarsi. Non c’era più spazio per le manovre
diplomatiche del Cavour e l’intrepido Garibaldi, rassicurato da
lui da
garanzie di segreto supporto logistico, economico e militare e
dalla notizia fasulla del successo della insurrezione divampata
in Sicilia in attesa del suo arrivo, il 6 maggio 1860 salpò per
la Sicilia con i suoi 1089 volontari che l’11 maggio sbarcarono
nel porto di Marsala.
La spedizione fu concepita e divulgata come se fosse
l’iniziativa autonoma di Garibaldi di cui il Piemonte fosse
all’oscuro. Ma ciò contrasta con la frenetica attività del
Piemonte a sostegno dei “Mille”.
Nell'ombra organizzò un corpo di spedizione costituito da
mercenari di varie nazioni nonché da soldati e carabinieri
piemontesi. Per le relative spese e per la massiccia campagna di
corruzione di funzionari, dignitari e militari borbonici,
“convertiti” alla causa unitaria sia prima sia durante la
spedizione, il Piemonte raccolse ben cinque milioni di franchi
oro (oggi circa 25-30 milioni di Euro), di cui tre provenienti
dalle logge massoniche (di cui faceva parte il Garibaldi)
inglesi, americane e canadesi. Consapevolmente o no la strada
per un intervento militare era stata già spianata dal Piemonte e
ciò consentì a Garibaldi, seppure in modo fortunoso, avventuroso
e non pianificato, con la complicità di navi e notabili inglesi,
appoggiato da baroni latifondisti e dai loro picciotti nonché da
volontari arrivati da ogni dove e da una legione ungherese
formata con decreto del 16 luglio 1860, agevolato da defezioni e
tradimenti programmati di generali e flotta borbonici, di
conquistare la Sicilia e l’intero Regno delle Due Sicilie con
una guerra lampo.
Perché di guerra si trattò, di una guerra di conquista mai
dichiarata, subdola e cruenta che con tutte le sue atrocità e
conseguenze sconvolse le genti e la storia del Sud e rappresentò
forse la pagina più buia dell’intero Risorgimento di cui la
storiografia ufficiale non parla.
Questo è l’aspetto tragico di quel periodo che si intende
evidenziare perché condizionò la vita, l’attività e l’economia
del popolo del Sud, e della Sicilia in particolare, con effetti
che si sono protratti fino ad oggi.
L’attacco piemontese, benché già trapelato nella diplomazia
napoletana, colse di sorpresa il ventitreenne inesperto e timido
Francesco II, da poco succeduto al padre Ferdinando II.
Quest’ultimo, essendosi sentito sicuro nel suo regno difeso per
tre lati dal mare e dalla sua portentosa flotta bellica e da
nord dai buoni rapporti con lo Stato Vaticano, aveva ultimamente
praticato una politica isolazionistica.
Cosicché il figlio Francesco II, pur diplomaticamente isolato,
continuò a sentirsi sicuro nei confini del suo regno e, poiché
era imparentato con l’imperatore austriaco per via della moglie
Maria Sofia sorella dell’imperatrice Sissi, rifiutò un’alleanza
con il Piemonte offertagli dal diplomatico Ruggero Gabaleone,
conte di Salmour, inviatogli dal Cavour per convincerlo ad
entrare in Guerra contro l’Austria. Questa offerta del Piemonte
fu, forse, l’ultima occasione per la dinastia borbonica di
salvare se stessa e soprattutto il popolo meridionale da
un’annessione forzata al Piemonte.
Infatti il conte di Salmour così scrisse al suo primo ministro
Cavour: “Almeno per il momento l’alleanza con Napoli è
impossibile, poiché, vista la situazione
esterna e lo stato dei partiti all’interno, il Re e il governo
si sentono perfettamente rassicurati.
Il solo e unico modo di arrivare al nostro scopo è di agire qui
come nelle altre parti d’Italia, ossia di provocare la caduta
della dinastia e l’acclamazione di Vittorio Emanuele”.
Cavour dirà: “… Quello che noi vogliamo e che faremo è
impadronirci dei suoi Stati”. E così fece approfittando della
debolezza e dell’isolamento del nuovo re borbonico nonché della
complicità e copertura
dell’Inghilterra insoddisfatta della linea totalitaria assunta
dal Regno delle Due Sicilie dopo i moti siciliani del 1848,
risentita per la concessione negata delle ricche miniere di
zolfo della Sicilia in favore della Francia e interessata alla
caduta del regno borbonico che costituiva il maggiore
concorrente commerciale nel mar Mediterraneo dove essa avrebbe
potuto maggiormente dominare
nella favorevole prospettiva dell’imminente apertura del canale
di Suez e contrastare l’invadenza francese.
Nel marzo di quell’anno 1860, purtroppo, al dimissionario
settantacinquenne presidente del Consiglio e ministro della
Guerra duosiciliano Carlo Filangieri, militare e politico di
primissimo livello, gli erano succeduti l’ottantenne siciliano
Antonio Statella, principe di Cassaro, e l’ottantaduenne nuovo
ministro della Guerra generale Francesco Antonio Winspeare,
mentre agli Esteri andò Luigi Carafa, incapace di qualsiasi
iniziativa.
Questo nuovo entourage non fu in grado di fronteggiare
l’incursione piemontese, di contrastare la corruzione di
generali, ammiragli e funzionari già venduti al nemico, né di
arginare l’appoggio all’invasore da parte dell’aristocrazia
siciliana.
Per quest’ultima si trattava della resa dei conti nei confronti
dei Borbone per l’ingiustizia subita l'8 dicembre 1816 a seguito
della drastica liquidazione del Parlamento siciliano, della
sospensione della Costituzione dopo i moti siciliani del 1848 e,
più ancora, della politica antifeudale avviata dallo Stato
napoletano che, alla fine degli anni trenta, fece persino
balenare l’eventualità di una temuta riforma agraria.
Per quanto riguarda i vertici militari borbonici allettati da
promesse finanziarie e di rango da parte degli emissari
piemontesi e dello stesso Garibaldi, un esempio di defezione è
evidenziato dallo
storico Giacinto De Sivo il quale riferisce della morte per
colpo apoplettico del generale Francesco Landi per essersi
accorto al Banco di Napoli, nel marzo del 1861, che Garibaldi
gli aveva dato una fede di credito contraffatta che anziché del
valore promesso di quattordicimila ducati ne valeva solo
quattordici. Per tale compenso il generale, fra l’altro,
nonostante il dissenso e la protesta dei soldati,
non aveva inviato rinforzi e, anzi, aveva fatto suonare la
ritirata alle sue truppe mentre stavano per sconfiggere i
garibaldini a Calatafimi, regalando così una vittoria
determinante a Garibaldi.
Sullo Stretto di Messina la flotta borbonica lasciò
deliberatamente libero un corridoio per permettere ai
garibaldini di attraversarlo alla spicciolata senza essere
intercettati.
In Calabria, poi, non si combatté neppure perché il generale
Fileno Briganti non affrontò i garibaldini ritirandosi; ma nei
pressi di Mileto (Catanzaro) egli fu intercettato dai suoi
soldati che, per l’evidente tradimento, lo fucilarono.
Il tramite di queste operazioni di corruzione fu il
contrammiraglio sardo Carlo Pellicon che, come riferisce Roberto
Martucci nel suo libro “L’invenzione dell’Italia unita” edito da
Sansoni, “…disponeva di un fondo spese ammontante all’enorme
somma di un milione di ducati (circa 16 milioni di €) destinati
alla corruzione degli ufficiali borbonici”. Dirà Paolo Mieli, in
“La Stampa” di domenica 9 luglio 2000, pag.19: “... a Francesco
II non mancavano argomenti per sostenere che
il nemico Garibaldi non era arrivato a Napoli con mezzi leali,
spada contro spada, petto contro petto, bensì soltanto grazie ad
un’incredibile serie di voltafaccia, di cambiamenti di campo, di
vigliacche fughe dei capi militari, di vendita delle proprie
navi da parte di comandanti della marina, e ancora di abbandoni
dei soldati al loro destino e di inconcepibili dimostrazioni di
incompetenza” .
Fu così che Garibaldi poté dilagare con le sue truppe per tutto
il regno e, dopo appena 119 giorni dallo sbarco a Marsala,
giungere a Napoli il 7 settembre 1860, mentre il re borbonico
già dal giorno 5 si era rifugiato a Gaeta.
Il Regno delle Due Sicilie era già stato conquistato, salvo le
roccaforti di Gaeta che capitolerà il 13 febbraio 1861, di
Messina e Civitella del Tronto che si arrenderanno
rispettivamente il 13 ed il 20 marzo 1861.
Con il decreto del 15 ottobre Garibaldi dichiarava che “Le Due
Sicilie fanno parte integrante dell’Italia, una e indivisibile,
con il suo re costituzionale Vittorio Emanuele e i suoi
discendenti”.
L’8 ottobre il governo piemontese emise un decreto che indiceva
per il giorno 21 ottobre 1860, a Napoli e in tutto il Sud
continentale, un plebiscito a suffragio universale maschile per
ratificare l’annessione al Piemonte del Regno delle Due Sicilie
già precedentemente decretata dal parlamento sabaudo e dal
senato rispettivamente l’11 ed il 16 ottobre di quell’anno.
La consultazione, tenuta in forma palese ed in un clima
intimidatorio e privo di garanzie, ebbe scarsissima affluenza e
un successo prossimo al 100% (in Sicilia i voti validi furono
432.720 col 99,85% di SI e 0,15% di NO mentre in tutto il Regno
delle Due Sicilie i voti validi furono 1.312.376 con il 99,22%
di SI e lo 0,78% di NO, ma in alcuni seggi si ebbe fino al 120%
di SI segno inequivocabile di brogli).
Nel clima in cui furono svolte le votazioni un plauso va
certamente ai temerari che votarono NO.
Il plebiscito fu ritenuto necessario dal governo piemontese non
certo per un atto di democrazia nei confronti del popolo
duosiciliano ma per giustificare all’esterno, nei confronti
degli altri Stati europei, il suo intervento militare facendolo
apparire non come illecita azione espansionistica del suo regno
ma come appoggio all’anelito di libertà di un intero popolo
confermato dall’esito plebiscitario.
Ma anche nei confronti dello Stato occupato e degli altri Stati
italiani, il plebiscito è stato ritenuto necessario per ottenere
una legittimazione popolare alla sovranità piemontese sui
terreni occupati ed a tutti gli atti conseguenti come la
repressione degli insorti, la tassazione per gli oneri di guerra
e l’imposizione del sistema piemontese.
“La consultazione popolare si svolse nella più completa assenza
di segretezza, il voto, infatti, era pubblico e si svolgeva
nelle piazze, negli edifici pubblici, nelle chiese: tre urne
erano in bell’evidenza, due erano aperte e contrassegnate con le
scritte “Sì” e “NO” a caratteri cubitali e contenevano le schede
prestampate, un'altra era chiusa con la feritoia al centro; il
votante doveva per prima cosa consegnare il certificato
elettorale al presidente del seggio, ritirare la scheda
estraendola dall'urna del " Sì " o da quella del "NO" e deporla
nell'urna centrale dipinta col tricolore; le schede prestampate,
chiamate ufficialmente “bullettini”, erano di colore diverso:
bianco per i “NO” e rosa per i “SÌ” …..… Il 27 ottobre,
l’onnipotente Inghilterra, per mano del suo ministro degli
esteri Russel, dà l’imprimatur all’invasione piemontese tramite
un dispaccio indirizzato ufficialmente a sir James Hudson,
ambasciatore inglese a Torino, uno dei pochi rimasti nella
capitale sabauda dopo che quasi tutti i rappresentanti
diplomatici europei si erano ritirati per protesta contro
l’illegale invasione militare. In realtà esso era diretto alle
altre potenze europee e, avvallando l’azione piemontese, le
diffidava indirettamente dall’intervenire perché “il governo di
Sua Maestà non vede motivi sufficienti per partecipare alla
severa censura che l’Austria, la Francia, la Prussia e la Russia
hanno inflitto all’operato del re di Sardegna … piuttosto
preferisce volgere lo sguardo alla lusinghiera prospettiva di un
popolo che costruisce l’edificio della sua indipendenza“. (Dal
libro “Il Sud e l’Unità d’Italia” di Giuseppe Ressa liberamente
scaricabile dal sito Internet “Brigantino-il Portale del Sud”).
Ottenuto con facilità il suo scopo, Garibaldi tradì le promesse
fatte per ottenere il consenso popolare, ed il malcontento
dilagò ovunque sfociando in tumulti che furono violentemente
repressi
con raccapriccianti eccidi.
La rivolta di Bronte, conseguente alla mancata distribuzione
delle terre demaniali che Garibaldi aveva promesso col suo
decreto del 2 giugno 1860, fu quella più eclatante perché sedata
in modo esemplare con processi sommari e conseguenti eccidi da
un battaglione di garibaldini agli ordini del genovese Nino
Bixio. Ma la rivolta, con relativa cruenta repressione, infiammò
anche Francavilla, Castiglione, Linguaglossa, Randazzo, Maletto,
Cesarò, Centorbi e Regalbuto, come testimonia il proclama del 9
agosto di Nino Bixio. Ed ancora Trecastagni, Linguaglossa e
Pedara, per restare nei dintorni del territorio etneo.
In seguito, passato il testimone dall’esercito garibaldino
all’esercito regolare piemontese che trattò il Sud come bottino
di guerra, anche tante altre cittadine e borgate siciliane
furono teatro di massacri ed esecuzioni sommarie, fra cui quelli
agli ordini del generale Enrico Cialdini. A Castellammare del
Golfo, insieme ad altre persone, il 3 gennaio 1862, vennero
fucilati anche un sacerdote, tale Benedetto Randisi, e persino
una bambina di soli 9 anni di nome Angela Romano.
Scrisse Giacinto De Sivo nel 1868: “I piemontesi incendiarono
non una, non cento case, ma interi paesi, lasciando migliaia di
famiglie nell'orrore e nella desolazione; fucilarono impunemente
chiunque venne nelle loro mani, non risparmiando vecchi e
fanciulli”.
Il malumore della maggior parte della popolazione si trasformò
presto in odio dopo l’introduzione della nuova leva militare
obbligatoria, di cui la Sicilia era prima esentata, ed il
conseguente massacro dei renitenti - spesso inconsapevoli – ad
opera del Generale Govone in esecuzione della legge Pica.
La cosiddetta “campagna di liberazione del Sud” nel segno
dell’Unità d’Italia si rivelò una vera devastazione della
Sicilia e del Meridione con 37 paesi rasi al suolo, 15.665
persone fucilate, 20.000 morti in combattimento, circa 40.000
persone rimaste senza tetto; 47.700 giovani militari che
rifiutarono di indossare la divisa del nuovo Stato furono
incarcerati per motivi politici e deportati alla spicciolata o
in massa nelle carceri della fortezza di Fenestrelle e di San
Maurizio Canavese in Piemonte.
Più che carceri questi furono veri e propri lager, campi di
concentramento ubicati in alta montagna ove moltissimi
prigionieri furono fatti morire di freddo, di fame e di stenti
ed i cadaveri disciolti, “per motivi igienici", in una grande
vasca di calce viva senza essere nemmeno registrati da nessuna
parte, come riferiscono in molti ed in modo assai documentato
Fulvio Izzo in “I lager dei Savoia” e Lorenzo Del Boca in
“Maledetti Savoia”. Fu un vero e proprio vergognoso sterminio su
cui è stato imposto il silenzio e il divieto di fare giustizia!
Vennero espoliate le casse delle banche e dello Stato
duosiciliano, acquisite al patrimonio piemontese le imponenti
flotte bellica e commerciale borboniche, e confiscati i beni
ecclesiali.
Coloro che non si adeguarono al nuovo regime vennero ritenuti
ribelli ed assimilati ai banditi e come tali trattati e
perseguiti.
Lo stesso Garibaldi, che era un massone conclamato presso la
società segreta “Libero Muratore”
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(scomunicata più e più volte dalla Chiesa Cattolica), il quale
già nelle sue “Memorie” diceva di
agire con mezzi poco ortodossi pur di vincere (la sua massima
era “l'unico bravo generale è colui
che vince”), resosi conto solo a posteriori dei danni arrecati
al Sud, così scriveva nel 1868 in una
lettera privata ad Adelaide Bono Cairoli: “Gli oltraggi subiti
dalle popolazioni meridionali sono
incommensurabili. Ho la coscienza di non aver fatto del male,
nonostante ciò non rifarei la via
dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate,
essendosi colà cagionato solo squallore
e suscitato solo odio”.
E, poco prima di morire, il 31 maggio 1882, in un barlume di
coscienza Garibaldi, spogliandosi
della veste d’eroe, confessò in una lunga lettera allo scrittore
Carlo Lorenzini, noto come Carlo
Goldoni, il suo rimorso verso tutte le ingiustizie che vennero
perpetrate nel nome di un’Italia “…
che non fu mai e mai sarà la mia patria … che mai amai come
avrei potuto” scrisse, precisando che
“… Mi chiamo Joseph Marie Garibaldì e, contrariamente, a quanto
pensano molti, sono e mi sento
francese…“. Così proseguendo “… Se vi aspettavate un patriota,
troverete un avventuriero …. Se vi
aspettavate un probo, troverete un dissoluto…. La spedizione dei
mille fu realmente la più vile
porcata che il suolo della penisola possa aver mai vissuto e, a
questo punto, spero che mai sia
costretta a rivedere… La mia vita era rivolta alla ricerca di
fama e ricchezza: mi venne in mente di
unificare l’Italia in quanto sarei potuto diventare potente e
ricco…. Cercai appoggi, soldi e falsi
ideali su cui far leva e trovai qualcuno che, dopo avermi usato,
mi mise da parte…. Mi ricordano
tutti come il patriota Giuseppe Garibaldi, ma queste sono voci,
magari leggende, ma certamente
menzogne…. l’Italia del Nord depredò l’Italia del Sud con atti
di ferocia tale che mai potrà essere
cancellata ed ancora accade mentre sto scrivendo…» (dal libro .
“ LE CONFESSIONI DI JOSEPH
MARIE GARIBALDI' ” di Francesco Luca Borghesi, edizione Minamon).
Questi riconoscimenti postumi di Garibaldi certo non lo
riabilitano agli occhi di noi meridionali,
confermano solo l'efferatezza delle sue azioni e delle sue
milizie offuscando l’immagine mitica che
di lui i vincitori piemontesi e lo Stato italiano hanno
rappresentato nei libri di storia scolastici.
Lo stesso Vittorio Emanuele II, dopo essersene servito per i
suoi scopi, abbandonò Garibaldi di cui
non aveva alcuna stima, come si evince dalla lettera che inviò
al Cavour in quella occasione: “Come
avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima
faccenda Garibaldi, sebbene, siatene
certo, questo personaggio non è affatto docile, né così onesto
come si dipinge e come voi stesso
ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova
l’affare di Capua, e il male immenso
che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il
danaro dell’erario, è da attribuirsi
interamente a lui che s’è circondato di canaglie, ne ha eseguito
i cattivi consigli e ha piombato
questo infelice paese in una situazione spaventosa“ (Riportata
nel libro “Il Sud e l’Unità d’Italia” di
Giuseppe Ressa).
All’invasione seguirono l'imposizione di nuove monete, di nuove
misure, di nuovi pesi, di nuove
tasse, di nuove leggi, di nuovi funzionari, di nuovo linguaggio,
di diversa cultura, ecc. imponendo al
popolo del Sud un cambiamento radicale svuotandolo della sua
identità, dei suoi valori, della sua
cultura e dei suoi beni, in sintesi privandolo della sua
memoria. E' stata, cioè, attuata quella strategia
che Milan Kundera più tardi, per altri eventi, così descrisse:
“Per liquidare un popolo si comincia
con il privarli della memoria. Si distruggono i loro libri, la
loro cultura, la loro storia. E qualcun
altro scrive loro altri libri, li fornisce di un'altra cultura,
inventa per loro un'altra storia”.
I forti dazi doganali imposti al Sud a favore delle neo
industrie del Nord foraggiate con le ricchezze
sottratte al Meridione, determinarono il progressivo fallimento
delle industrie del Sud che, come ho
riferito, erano fra le più importanti e fiorenti d'Europa.
Stessa fine fecero i maggiori opifici. Venne
deliberatamente smantellato l'apparato industriale del Meridione
e soffocata la borghesia
imprenditoriale del Sud. “I meridionali non dovranno mai essere
più in grado di intraprendere”
decretò Carlo Bombrini, Governatore della Banca Nazionale del
Regno d'Italia dal 1861 al 1882. Il
Sud, infatti, doveva servire solo come colonia consumatrice dei
beni che solo il Nord doveva
produrre. Il governo piemontese, infatti, adottò nei confronti
dell’ex Regno delle Due Sicilie una
politica predatoria di mero sfruttamento di tipo “colonialista”
tanto da fare esclamare al deputato
Francesco Noto nella seduta parlamentare del 20 novembre 1861:
“Questa è invasione non unione,
non annessione! Questo è voler sfruttare la nostra terra come
conquista. Il governo di Piemonte
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vuol trattare le province meridionali come il Cortez ed il
Pizarro facevano nel Perù e nel Messico,
come gli inglesi nel regno del Bengala”. E Luigi Einaudi
ammetterà: “Si è vero, noi settentrionali
abbiamo contribuito qualcosa di meno ed abbiamo profittato
qualcosa di più delle spese fatte dallo
Stato italiano, peccammo di egoismo quando il settentrione
riuscì a cingere di una forte barriera
doganale il territorio e ad assumere così alle proprie industrie
il monopolio del mercato
meridionale”.
L'imposizione del decimo di guerra e di nuove tasse e balzelli
impoverì tutte le famiglie e
l'introduzione della lunga leva obbligatoria, di cui la Sicilia
era prima esentata, le privò, per la lunga
ferma (da 4 a 8 anni), delle braccia dei giovani per lavorare la
terra o per condurre le aziende di
famiglia.
Tutte queste cose misero in ginocchio l'economia locale e
determinarono una diffusissima
disoccupazione e la conseguente biblica emigrazione dal Sud
prima inesistente.
La lunga leva obbligatoria determinò, inoltre, un altro esodo,
ma verso la macchia. Molti furono,
infatti, i giovani renitenti chi per necessità, chi per
convinzione, chi semplicemente per ignoranza,
che furono spinti a nascondersi nelle foreste dalla famigerata
legge Pica che dava loro la caccia e
che, pare, abbia fatto circa 60.000 vittime. Tanti di questi
giovani andarono ad infoltire i partigiani
della resistenza che i piemontesi bollarono col marchio di
briganti.
La concomitanza di questi eventi spopolarono i nostri territori
ed in particolare le campagne. E non
perché nelle campagne del sud la classe agricola stesse peggio
di quella del nord, come ci è stato
fatto credere dalla storiografia ufficiale determinando una
falsa opinione diffusa. Infatti, negli “Atti
della giunta per l'inchiesta agraria sulle condizioni della
classe agricola”, con riferimento agli
agricoltori del sud, si legge: ”In generale le condizioni dei
lavoratori della terra sono meno infelici
di quelle di alcune province del settentrione”.
E persino un ufficiale piemontese, il conte Alessandro Bianco di
Saint-Joroz, capitano di Stato
Maggiore Generale, sempre con riferimento alla popolazione del
Sud, scrisse nel 1864 che “Il 1860
trovò questo popolo del 1859, vestito, calzato, industre, con
riserve economiche. Il contadino
possedeva una moneta e vendeva animali; corrispondeva
esattamente gli affitti; con poco
alimentava la famiglia; tutti, in propria condizione, vivevano
contenti del proprio stato materiale.
Adesso è l'opposto … “, come riporta Giuseppe Ressa nel suo
libro “Il Sud e l'unità d'Italia”.
Stando a queste ed a tante altre testimonianze esaminate,
risulta che le popolazioni del Sud,
anteriormente al 1860, non è vero che stessero peggio delle
altre d'Italia, come invece hanno
propagandato e fatto credere i vincitori piemontesi per
giustificare la loro invasione. I contadini del
Meridione erano ben radicati nel territorio dove “vivevano
contenti del proprio stato materiale” e
non erano per nulla propensi all'emigrazione che, infatti, era
del tutto inesistente.
Dopo il 1860 tutto cambiò, purtroppo, in peggio.
I Meridionali, per quanto soggiogati dai Borbone, dall'orgoglio
di vivere in uno Stato fra i più
progrediti, intraprendenti, colti e ricchi d'Europa, sono
passati alla mortificazione di essere
considerati dai nuovi colonizzatori piemontesi come persone
incivili, emarginate, inette, rozze e di
essere generalizzati come meridionali briganti: così la storia
ufficiale, quella scritta e tramandata dai
vincitori e dai giornalisti da loro prezzolati, li ha
stigmatizzato.
Dirà Antonio Gramsci: “Lo stato italiano è stato una dittatura
feroce che ha messo a ferro e fuoco
l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando,
seppellendo vivi i contadini poveri che
scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di
briganti”.
E Paolo Mieli sul quotidiano “La Stampa” del 19 maggio 2001: “La
stagione risorgimentale e post-
risorgimentale è fatta di migliaia di morti, lotte, spari,
massacri. Abbiamo vissuto una lunga guerra
civile, di reietti contro buoni. Il popolo, soprattutto
dell'Italia meridionale, è stato all'opposizione;
… Il fenomeno ricordato nei nostri manuali come brigantaggio in
realtà fu una guerra civile che
sconvolse l'intero Sud, gli sconfitti lasciarono le loro terre e
alimentarono la gigantesca
emigrazione verso l'America … “
E briganti vennero considerati anche i nostri partigiani, tutti
coloro che si ribellarono all'invasione, i
giovani morti per difendere la propria Patria, per onorare
l’impegno di un giuramento di fedeltà al
proprio Stato o magari soltanto per difendere le proprie cose o
per difendersi dai soprusi. Ma, è
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risaputo, fra i vinti non possono esserci eroi; ci hanno imposto
di ritenere i nostri eroi tutti briganti e
come tali sono ormai riconosciuti; nemmeno la propria gente li
ricorda più e li onora! Gli eroi che
dobbiamo onorare, ci hanno fatto credere, sono invece i
vincitori, i nostri carnefici! E noi
dedichiamo loro strade, piazze e luoghi pubblici.
Alla luce di tante rivelazioni emerge, dunque, l’incontestabile
ed incommensurabile disastro subito
dal Sud in quell’epoca, disastro le cui ripercussioni si
avvertono tutt’ora. La nostra gente, semmai
avesse apprezzato l'avvenuta unità d'Italia sotto il regno
sabaudo, di certo è rimasta sconvolta
dall'arbitrio e dalla crudeltà con cui essa fu realizzata nel
Sud, dalla devastazione e dall’espoliazione
dei suoi valori e della sua identità, dall'asportazione di tutte
le ricchezze e risorse del Meridione,
dall’abbandono di quest’ultimo e dalla sua denigrazione,
dall’ostilità politica nei suoi confronti, da
tutto quello che fu fatto, insomma, per dirla con Pino Aprile,
perché gli Italiani del Sud diventassero
“meridionali” (v. “Terroni” edizione Piemme) o con Tommaso
Romano, per portare scientemente il
Sud ad un inesorabile declino (v. “Dal Regno delle Due Sicilie
al declino del Sud” edizione Thule).
Tanto più che, di certo, gli ideali di unificazione della
Nazione Italiana da parte di poche persone
elitarie non erano, in fondo, le aspirazioni della maggior parte
della gente del Sud e della Sicilia in
particolare che vantava secoli di autonomia come Stato
indipendente, faro di civiltà e cultura nel
Mediterraneo.
Angelo Russo
I primati del Regno delle Due Sicilie
I libri di scuola dicono che il Regno delle Due Sicilie era
arretrato e povero. Ciò non risponde al vero. Ecco quali erano
i primati del Regno, tratti da “Le industrie del Regno di
Napoli” di Gennaro De Crescenzo. Mancano qui le primarie
industrie di trasformazione dello zolfo estratto dalle
ricchissime miniere della Sicilia.
1735. Prima Cattedra di Astronomia in Italia
1737. Costruzione S.Carlo di Napoli, il più antico teatro
d’Opera al mondo ancora operante
1754. Prima Cattedra di Economia al mondo
1762. Accademia di Architettura, tra le prime in Europa
1763. Primo Cimitero Italiano per poveri (Cimitero delle 366
fosse)
1781. Primo Codice Marittimo del mondo
1782. Primo intervento in Italia di Profilassi Antitubercolare
1783. Primo Cimitero in Europa per tutte le classi sociali
(Palermo)
1789. Prima assegnazione di “Case Popolari” in Italia (San
Leucio a Caserta)
1789. Prima assistenza sanitaria gratuita (San Leucio)
1792. Primo Atlante Marittimo nel mondo (Atlante Due Sicilie)
1801. Primo Museo Mineralogico del mondo
1807. Primo Orto Botanico in Italia a Napoli
1812. Prima Scuola di Ballo in Italia, gestita dal San Carlo
1813. Primo Ospedale Psichiatrico in Italia (Real Morotrofio di
Aversa)
1818. Prima nave a vapore nel mediterraneo “Ferdinando I”
1819. Primo Osservatorio Astronomico in Italia a Capodimonte
1832. Primo Ponte sospeso, in ferro, in Europa sul fiume
Garigliano
1833. Prima Nave da crociera in Europa “Francesco I”
1835. Primo Istituto Italiano per sordomuti
1836. Prima Compagnia di Navigazione a vapore nel mediterraneo
1839. Prima Ferrovia Italiana, tratto Napoli-Portici
1839. Prima illuminazione a gas in una città città italiana,
terza dopo Parigi e Londra
1840. Prima fabbrica metalmeccanica d’ Italia per numero di
operai (Pietrarsa)
1841. Primo Centro Sismologico in Italia, sul Vesuvio
1841. Primo sistema a fari lenticolari a luce costante in Italia
1843. Prima Nave da guerra a vapore d’ Italia “Ercole”
1843. Primo Periodico Psichiatrico italiano, pubblicato al Reale
Morotrofio di Aversa
1845. Primo Osservatorio meteorologico d’Italia
1845. Prima Locomotiva a vapore costruita in Italia a Pietrarsa
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1852. Primo Bacino di Carenaggio in muratura in Italia (Napoli)
1852. Primo Telegrafo Elettrico in Italia
1852. Primo esperimento di illuminazione elettrica in Italia, a
Capodimonte
1853. Primo Piroscafo nel Mediterraneo per l’America (il
“Sicilia”)
1853. Prima applicazione dei pricìpi della Scuola Positiva
Penale per il recupero dei malviventi
1856. Expò di Parigi, terzo paese al mondo per sviluppo
industriale
1856. Primo Premio Internazionale per la produzione di Pasta
1856. Primo Premio Internazionale per la lavorazione di coralli
1856. Primo sismografo elettrico al mondo, costruito da Luigi
Palmieri
1860. Prima Flotta Mercantile e Militare d’Italia
1860. Prima Nave ad elica in Italia “Monarca”
1860. La più grande industria navale d’Italia per numero di
operai (Castellammare di Stabia)
1860. Primo tra gli stati italiani per numero di orfanotrofi,
ospizi, collegi, conservatori e strutture di assistenza e
formazione
1860. La più bassa mortalità infantile d’Italia
1860. La più alta percetuale di medici per numero di abitanti in
Italia
1860. Primo piano regolatore in Italia, per la città di Napoli
1860. Prima città d’Italia per numero di Teatri (Napoli)
1860. Prima città d’Italia per numero di Tipografie (Napoli)
1860. Prima città d’Italia per Pubblicazioni di Giornali e
Riviste (Napoli)
1860. Primo Corpo dei Pompieri d’Italia
1860. Prima città d’Italia per numero di Conservatori Musicali
(Napoli)
1860. Primo Stato Italiano per quantità di Lire-oro conservata
nei banchi Nazionali (443 milioni, su un totale 668 milioni
messi insieme da tutti gli stati italiani, compreso il Regno
delle Due Sicilie)
1860. La più alta quotazione di rendita dei Titoli di Stato
1860. Il minore carico Tributario Erariale in Europa
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