NON SIAMO UNA COLONIA
PERCHE ’ CONCENTRARE IN SICILIA TANTE INDUSTRIE INQUINANTI ?
A titolo di proventi doganali, imposte di fabbricazione e diritti vari, l’ingordo fisco incassa annualmente
dalle raffinerie (1) e dalle industrie petrolchimiche ubicate nel territorio siciliano, parecchi miliardi di EURO (decine di migliaia di miliardi di vecchie lire). Come dire, in buona sostanza, che tali introiti sarebbero sufficienti, da soli, a fare fronte a molte delle ripetitive e controverse “finanziarie” che i governi in carica sono costretti a varare, ogni fine anno, per fronteggiare l’incorreggibile tendenza tutta italiana di spendere più di quanto le preventivate disponibilità di bilancio permetterebbero. Le citate industrie, però, sono quasi tutte fiscalmente domiciliate a Milano, Torino, Genova, Roma e, quindi, statisticamente parlando, è come se i proventi provenissero dalle Agenzie delle Entrate di quelle zone. I cospicui utili delle aziende di che trattasi, peraltro, depurati dei più o meno attendibili “oneri ammessi in detraibilità” (solo in parte, vedi caso, derivanti dalla gestione degli impianti siciliani), si traducono (a vantaggio di gruppi finanziari del Nord ben poco producenti per la Sicilia) in sostanziosi profitti netti,
magari in parte destinati, poi, a finanziare qualche squadra di calcio torinese o milanese. E’ evidente che la Sicilia, ob torto collo, procura allo Stato, anno dopo anno, consistenti “tributi”. Un sistema che, purtroppo, ricorda molto da vicino i vessatori taglieggiamenti che andavano di moda nell’oscuro medioevo. Peccato che, alla fine, ai siciliani
rimangano solo le briciole. In cambio, però, un grosso regalo lo hanno ricevuto: i disastrosi e forse irreversibili danni ambientali, l’insostenibile inquinamento atmosferico e marino, gli elevati rischi per la salute degli abitanti delle zone adiacenti gli stabilimenti incriminati. Sta di fatto, in ogni caso, che i magnati dell’industria privata o pubblica, senza porsi scrupoli per i guasti prodotti al territorio, all’ambiente e alle popolazioni locali, hanno operato e seguitano ad operare, prevalentemente se non esclusivamente, solo in funzione dei propri interessi. Diviene spontaneo, a questo punto, chiedersi se il trito e ritrito luogo comune del “DEL NORD CHE ASSISTE IL SUD” altro non sia che un’autentica calunnia imbastita, per fini elettorali, da una certa ben nota parte politica. Evidenti constatazioni dimostrano, viceversa, che è la Sicilia ad alimentare il circuito produttivo del Nord, sia attraverso il già citato notevole giro fiscale e monetario, che a fronte delle massicce “importazioni” di beni di consumo e prodotti industriali “made nord Italia”. Senza dire che, in funzione della nefasta “deregulation” bancaria, silenziosamente attuata dalla Banca d’Italia, col beneplacito delle competenti Autorità ministeriali (beneplacito presumibilmente accordato per evitare che, magari involontariamente, qualche non tanto vecchio scheletro possa venire fuori dagli armadi di Via Nazionale e di Via XX Settembre che gelosamente custodiscono misteriosi intrecci di responsabilità politiche e burocratiche), in buona misura sono i risparmi del Sud a sostenere, anche attraverso la Borsa, l’asfittico apparato economico nordista. E parlando della Borsa (vedi caso allignata in quel di Milano) non si può sottacere che, in forza di una lacunosa normativa, la speculazione riesce a farla da padrone e depaupera, a prescindere dalle alternanti congiunture dei mercati internazionali, le sudate risorse degli allocchi piccoli investitori. Sarebbe interessante, a tal proposito, conoscere i dati riguardanti i massicci flussi di capitali di provenienza siciliana, in gran parte provenienti della “raccolta” operata dalle Banche di matrice centro nordista (ormai profondamente incuneatesi nel tessuto sociale ed economico della Sicilia), spregiudicatamente utilizzati per sorreggere l’economia delle rispettive zone d’origine. Tutti sanno, di contro, come le citate aziende bancarie lesinino l’erogazione di normali linee di credito agli operatori del “profondo sud” pur riscuotendo interessi ed accessori ben superiori rispetto a quelli applicati in settentrione. I governi passano, le maggioranze si alternano al potere, i politici magari cambiano pelle, ma sperare in un sostanziale mutamento di rotta da parte delle Istituzioni sembra una chimera e torna alla mente il Principe di Salina (2) quando sosteneva che, molto spesso, i cambiamenti ai vertici servono solo a far si che “tutto rimanga come prima”.

Tornando al problema delle industrie inquinanti nessuno può negare che sull’altare del potere economico – finanziario del Nord (ESSO Italia – MONTEDISON – AGIP –ITALCEMENTI – ENICHEM – ERG (foto a fianco del pauroso incendio alla ERG) - ROVELLI – MONTI ecc. ecc.), sono state sacrificate alcune delle zone costiere più belle della nostra Isola, rendendo irriconoscibili e pressoché invivibili parecchi siti depositari di preziosi retaggi storici e di ben noti parchi archeologici. Col cipiglio dei dominatori e irridendo, ancora una volta, la dignità e la sovranità del popolo siciliano, il potentato economico del Nord, in maniera più o meno indisturbata, ha preso possesso di vaste aree del territorio siciliano e vi ha insediato pericolose attività industriali. L’infausto “vento del Nord” si è abbattuto sull’Isola deturpando spiagge, avvelenando mari e fiumi, danneggiando infrastrutture turistiche e ameni centri abitati. E’ chiaro, ovviamente, che tutto ciò non sarebbe potuto accadere se non vi fosse stato l’assenso della politica nazionale, regionale e locale che, per inconfessabili motivazioni o solo per tornaconto elettorale, non ha saputo (o voluto !) guardare lontano e non ha responsabilmente attenzionato le ben prevedibili conseguenze, poi puntualmente verificatesi.
La mera illusione dei vantaggi che la Sicilia avrebbe potuto ottenere attraverso la creazione di un “rilevante numero di posti di lavoro”, facenti capo ai velenosi “poli industriali” o derivanti dall’incentivazione di un ragguardevole indotto, è naufragata nel tempestoso mare dello sfruttamento speculativo e dei colpevoli ritardi nella realizzazione di adeguate infrastrutture. Vedi, ad esempio, le “incompiute” autostrade Catania Siracusa, Messina Palermo e Siracusa Gela o l’ammodernamento dell’antidiluviana ferrovia Catania - Enna – Palermo, per citare solo alcune delle opere che si diventano sempre più indispensabili ma che sono disinvoltamente trascurate e rinviate. La perdita di produttività del comparto chimico, le conseguenti drastiche riduzioni degli organici, il ricorrente ricorso agli “ammortizzatori sociali”, la crisi e la dismissione di parecchie attività collaterali, hanno falcidiato i posti di lavoro ed hanno posto fine al bel sogno della “piena occupazione” e dello sviluppo economico delle zone interessate. Un’altra curiosità da soddisfare sarebbe quella di conoscere, cifre alla mano, l’entità delle sovvenzioni a fondo perduto e dei finanziamenti erogati, in favore delle industrie di cui sopra, dallo Stato, dalla ex Cassa per il Mezzogiorno, dall’IRFIS e dagli Istituti di Credito ordinari.
Si sono perse per strada, chiaramente, gran parte delle opportunità che avrebbero dovuto compensare, oltre che i gravi danni arrecati all’ecosistema ambientale, la mancata congeniale e razionale utilizzazione delle stupende aree a vocazione turistica e quelle, fertilissime, da sempre dedicate a produzioni agricole di alta qualità. Il prezioso e inestimabile patrimonio della Sicilia è stato ulteriormente “depredato” dai nuovi “invasori”, pur se trattasi, stavolta, non di bande armate ma delle subdole schiere di “mercenari” al soldo dell’affaristico mondo industriale.
Più il tempo passa e più diviene evidente, oltretutto, il degrado in cui sono precipitate le aree di che trattasi, mentre diviene insostenibile (oltre che colpevole e inumano) il parallelo diffondersi, nelle zone interessate, di malattie oncologiche e respiratorie, di malformazioni infantili, di disturbi neurologici.
1) in Sicilia, stando alle statistiche, venie raffinato oltre 2/3 dell’intero fabbisogno nazionale di prodotti petroliferi (Benzine, gasolio, oli minerali ecc.)
2) -Don Fabrizio Corbera, dei Tomasi di Lampedusa, Principe di Salina, personaggio chiave de “Il Gattopardo”, vissuto all’epoca della controversa avventura garibaldina e della discussa annessione della Sicilia al Regno piemontese (Plebiscito del 21 ottobre 1860).
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Parte
2°
NON
SIAMO UNA COLONIA
I
maggiorenti del variegato mondo istituzionale e politico (specie
quelli che fanno capo all’incongruente settore dei “verdi
ecologisti”), vorrebbero graziosamente spiegare ai siciliani
il perché nelle regioni del Nord Italia ci si è guardati bene
dall’ospitare taluni rischiosissimi insediamenti industriali ?
La risposta, ovviamente, è molto semplice !
Per via di un atavico retaggio storico culturale (la memoria ci
porta a ritroso sino ai tempi dell’Impero romano), in taluni
ambienti si è sempre propensi a considerare la Sicilia alla
stregua di una “colonia”. In forza di tale distorta
convinzione, i “generosi” magnati del Nord, qualche lustro
addietro e dopo avere ottenute le necessarie “concessioni”
(non è difficile immaginare come !), hanno rifilato ai
siciliani tutto quel lerciume industriale che nessuno avrebbe
mai osato localizzare lungo le spiagge della riviera ligure, in
Versilia, nel riminese, o lungo le sponde del Po e dell’Adige.
Qualsivoglia insediamento del genere avrebbe incontrato,
peraltro, la sicura opposizione delle popolazioni e delle
autorità locali interessate. Oggi, come è noto, si è portati
ad erigere barricate per molto meno.
Il pietoso scenario del comprensorio di Priolo, il degrado
ambientale di talune aree costiere di Gela e di Milazzo, fanno
pensare, viceversa, che in Sicilia tutto è ammesso e tutto è
possibile. Alle popolazioni delle zone devastate non rimane che
sorbirsi, con rassegnazione, i residui gassosi che ammorbano
l’aria e annebbiano il cielo (sin quasi a far scordare la
limpidezza del cielo azzurro d’altri tempi), gli scarichi
velenosi che sistematicamente distruggono flora e fauna. Ove si
trovavano gli altezzosi e incoerenti
"VERDI-ECOLOGISTI" (che adesso vogliono salvare la
faccia dissentendo da ogni cosa, anche dalla costruzione del
“Ponte sullo Stretto”) nel momento in cui ebbero a prendere
corpo misfatti di tale gravità? Si tennero bene alla larga dal
luogo del delitto, forse perché “verdi di vergogna” o, più
semplicemente, perché traumatizzati dalla consapevolezza della
loro palese e colpevole disattenzione verso la Sicilia !
E’ intuibile quanto debba essere pesante, oggi, il rimorso che
come un macigno grava sulla coscienza di costoro e di una certa
classe politica dell’epoca. A fronte dello scempio
paesaggistico ed ecologico operato dalle industrie
petrolchimiche, il tanto vituperato “abusivismo edilizio” è
poco più che un passatempo da "Boy Scouts".
Il litorale siracusano, da Agnone a Priolo e Targia, un tempo
mirabile scenario di naturale bellezza e colmo di verdi, odorose
e pregiate colture, è stato gravemente deturpato. Le malfide,
irresponsabili e, per un certo verso, criminali industrie
petrolchimiche, hanno contaminato i terreni adiacenti agli
stabilimenti, il sottosuolo, gli arenili, le scogliere, anche
attraverso l’incontrastata proliferazione di scarichi e di
siti abusivi ove defluiscono o vengono interrate pericolissime
scorie di lavorazione. Decenni di mancati controlli e di non
rispetto delle regole di salvaguardia del territorio e della
salute, hanno innescato una vera e propria “bomba ecologica”
che potrebbe deflagrare con gravi e imprevedibili conseguenze.
Nel vasto comprensorio prima indicato, oltretutto, è sorta una
ragnatela di strade sconnesse e malsicure (non è dato sapere se
abusive o meno), prive della pur minima manutenzione e
fiancheggiate da fatiscenti capannoni in disuso, talvolta colmi
di pericolosi rifiuti e di detriti in abbandono. Uno scenario da
autentico inferno dantesco, sovrastato da decine e decine di
velenose ciminiere, di ogni forma e altezza, che, nello sfondo
del plumbeo cielo, si stagliano verso l’alto, simili a enormi
serpenti tenuti su da invisibili fili. Ed è fin troppo evidente
che in una complessiva valutazione di tale delittuoso
comportamento, a livello aziendale e istituzionale, vanno
accomunate anche le zone rivierasche dei territori di Milazzo e
Gela, ove il pauroso sconvolgimento paesaggistico e il danno
ecologico e ambientale risultano altrettanto evidenti.
A fronte di tante inoppugnabili considerazioni sembra giusto
chiedersi perché i siciliani, almeno quelli meritevoli di tale
appellativo, dovrebbero ulteriormente consentire che nel nobile
grembo della propria terra continuino ad operare le nefaste
industrie prima segnalate.
Non sarebbe male, a tal fine, assumere il coraggio di ricusare,
un volta per tutte, i “pro consoli” dei variegati e numerosi
gruppi politici nazionali che (in combutta con le subordinate
filiazioni regionali), continuano ad assecondare, per velleità
di potere o per misteriose altre finalità, il subdolo e
spregiudicato affarismo dei potentati industriali del nord.
Occorrerebbe avere l’orgoglio e la dignità di bloccare le
contestate attività e, parimenti, impedire che esse si
avvalgano gratuitamente dello sfruttamento del sottosuolo
isolano (vedi Gagliano Castelferrato, Comiso, Gela), visto che i
relativi proventi, oltretutto, sono disinvoltamente incamerati
dallo Stato accentratore che non si pone alcun obbligo di
restituirli, nella misura che le spetta di diritto, alla
Sicilia. Stiamo parlando delle cospicue risorse che sarebbero
dovute rimanere a disposizione dei siciliani per essere
reinvestite nel risanamento ambientale oltre che in attività
“pulite” mirate a ridurre realisticamente (e non solo in
sede di “promessa elettorali) il tasso di disoccupazione
giovanile oltre che a stroncare alla radice l’atavico
sottosviluppo di talune zone dell’interno.
Lo “Statuto” della Regione Sicilia (addirittura datato 15
maggio 1946), conferisce all’Assemblea ed al Presidente della
Regione, nell’ambito dei principi informatori della tanto
decantata “Autonomia”, i poteri per gestire e controllare il
territorio isolano. Perché tale potestà non è stata, nel
passato, e non lo è tuttora scrupolosamente esercitata ?
Riteniamo che ci si potrebbe incolpare di avere scoperto
l’acqua calda affermando che il nocciolo della questione sta
nel fatto che la scelta dei politici di Sala d’Ercole, e
quindi del Governo della Regione (limitando di fatto, se non
proprio annullandola, la citata “Autonomia”), continua ad
essere sfacciatamente decisa a Roma, nelle sedi dei partiti
nazionali sfacciatamente legati alle logiche del potere e molto
sensibili all’influenza delle varie “lobby”, oltre che
della Confindustria e dei Sindacati.
E se questa è la verità perché i siciliani, magari al di
fuori dalla politica ufficiale, non si decidono ad avvalersi
dello strumento del “refendum” , come frequentemente avviene
per altre materie e come già sperimentato in altre Regioni ?
Tenuto conto, infine, che l’ambiguo mondo dei “mass media”
(per un verso o per l’altro opportunisticamente legati ai
centri di potere) non è disponibile a perorare tale sacrosanta
causa, il compito potrebbe essere assunto dalle Organizzazioni e
Associazioni non legate ai partiti e che sono sparse un po'
dovunque in Sicilia. Solo che esse dovrebbero dimostrare di
sapere mettere al bando inutili individualismi, limitati e
confusi obiettivi, sciocchi campanilismi. Operando in sinergia,
si potrebbe ancora sperare di fare affiorare la spinta
occorrente per riappropriarsi del diritto alla sovranità
popolare, in forza di quei valori storici, morali e culturali
che tanto lustro hanno dato alla Sicilia. Ci riferiamo a quella
Sicilia che non dovrebbe più essere considerata una
“colonia” e che dovrebbe vedere esplodere, alla fine, le
proprie potenzialità, non seconde a nessun’altra Regione
d’Italia.
A. Lucchese
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