I Fantasmi del Vecchio Castello

Avvolto dalle ombre scure della sera, l’antico Castello
si erge maestoso, imponente, quasi incutendo un senso d’incontrollabile paura.
Alzandosi lenta nel cielo, a tratti coperta da sfuggenti nuvole, solo faticosamente
la Luna riesce ad illuminare d’argentea luce il vetusto Maniero.
Il vecchio Castello, immerso nel suo alone di mistero e avvolto dal silenzio ovattato della notte incipiente, non sembra in grado, tuttavia, di proteggersi
da ciò che contrasta, pur se involontariamente, il suo non più giovane pur se possente essere. Così come non sempre riesce a difendersi, nelle ore di silenzio e di quiete, dall’indiscreto
cicaleccio dei passanti.
E’ venuto meno, frattanto, il dominante silenzio. Il suono stridulo di un’armonica, ancor lontano ma
invadente, non gli arreca, pur tuttavia, soverchio disturbo.
Nell’aere stagna della sera, le rabberciate note di un malinconico motivo di Chopin si propagano in un crescendo teso, quasi graffiante.
L'improvvisato musicante, chissà, anela a dar vita a melodiosi passaggi, a commoventi
richiami, forse sperando che nell’incanto del cielo colmo di stelle, possa
fare aleggiare, pur se tanto maldestramente evocato, lo spirito immortale del Grande
Polacco.
Anche i fantasmi, che sereni s’attardavano fra le amiche mura del
Castello, fanno lievemente capolino, quasi bramassero, timidamente,
di ascoltare anch’essi, quell’inconfondibile e struggente inno alla tristezza.
Il suono dell’armonica, adesso, ha raggiunto il suo culmine e, allontanandosi, si va affievolendo. Il lento
cammino dell’irriverente viandante, inconsapevole artefice del risveglio di tante evanescenti presenze, sta per perdersi fra le anguste viuzze dell’antico borgo.
Il vetusto Castello, fra fosche tenebre e fuggevoli schiarite, torna ad essere solo, nel silenzio ambito.
Solo con i “suoi” ospiti, i lievi e cauti fantasmi che sono ansiosi di librarsi nell’aria tiepida di quella notte d’agosto, non più distratti da futili legami terreni e già pronti ad ubbidire al richiamo soprannaturale che li governa.
Sono giunti in gran numero, da luoghi diversi, forse anche da molto lontano.
Sono più degli uccelli che, al mattino, cantano e cinguettano, in paese o nella valle,
fra le chiome degli alberi, sui costoni da cui emerge l'imponete
mole del Castello o sugli scoscesi pendii della montagna.
Nella paziente attesa dell’ultimo distacco, molti appaiono provati, quasi
fossero ancora oppressi dai vissuti affanni. Sono consapevoli, però, che
anche loro, ben presto, dovranno procedere verso un nuovo
infinito orizzonte, verso lo sconosciuto regno del
trascendente. Si preparano a recidere ogni pur tenue vincolo con il passato, scevri da rimpianti, da ansie o da inappagati desideri.
Al primo manifestarsi di un impercettibile segnale s’avviano, eterei, per strade invisibili, non più inseguendo vaghe
umane chimere, ormai dimentichi di ciò che nella pur breve esistenza
terrena hanno goduto o posseduto, o che giammai hanno potuto avere.
Bianchi, come avvolti da candide vesti, si perdono nella vastità del cielo, confondendosi con le soffici diafane nuvole che al loro palesarsi, quasi rispettosamente, accennano a diradarsi.
Li anima un irrinunciabile richiamo, un condiviso anelito, la comune inquietudine che li induce a proiettarsi, speditamente, verso l’agognata meta.
Le stelle, più fitte e più brillanti che mai, ne orientano l’ascesa, mentre le fulgenti
costellazioni già s’apprestano ad assecondarne il festoso passaggio.
I più procedono spediti e sicuri, quasi incuranti dei molti altri che, invece, appaiono lenti o attardati. Eppure, sembrano tutti uguali, egualmente leggeri, sino a far dubitare che alcuno possa essere più stanco o provato per l’iniziale slancio.
Hanno intrapreso il loro viaggio per giungere gioiosamente al cospetto del SUPREMO e, durante il percorso, sono pronti a scontare le piccole o grandi pene accumulate nel corso dell’umana esistenza.
Chissà se proprio per tal motivo gli “attardati” si muovono più lentamente.
Le loro colpe, forse, sono più gravose. Ma anch’essi, lungo il cammino, saranno liberati da ogni fardello e potranno riguadagnare le distanze perdute. Dai solenni immateriali volti traspare la serenità del sincero pentimento. Quel pentimento che nella vita terrena, avrebbe potuto significare, forse, profonda umiliazione o avrebbe potuto indurre alla derisione, ma che
lassù rappresenta, invece, redenzione, gioia, eterna sublimazione.
La luna è già alta nel cielo, fra le stelle che a lei sembrano tanto vicine.
Le Costellazioni, con ansia e preoccupazione materna, seguitano ad osservare il lento ma sicuro procedere del prediletto azzurro pianeta.
Le ore sono trascorse rapide, così come rapida scorre la vita sulla Terra rispetto all’Universo infinito ed eterno.
Un rumore insolito, improvviso, ha nuovamente infranto il profondo silenzio che regna attorno al vecchio
Castello e le sue mura, in un attimo, tornano a riassorbire i fantasmi ancora rimasti che, sicuramente stizziti per il dover rimandare l’atteso viaggio, tornano a celarsi fra
le diffuse ombre.
L’irrefrenabile anelito di elevarsi a Dio non li potrà liberare, almeno stanotte, dagli ultimi pur deboli vincoli della loro spenta esistenza terrena.
Il primo chiarore dell’alba annuncia il nuovo giorno. L’antico
Castello, pur conscio del suo caduco tempo, è sempre all'erta
per difendersi, come può, dall’implacabile corrosione dei secoli.
I suoi amici fantasmi, sicuramente, lo aiutano e lo proteggono!
Luau.
Enna-,Agosto 1952
|