C A R N E V
A L E

L’origine e la datazione del
“carnevale” sono per molti versi tuttora incerti, così come non
tutti concordano nel riconoscere che la sua denominazione derivi
dal latino “carnem levare”. Il Carnevale è comunemente inteso
come “festa pagana” per eccellenza, pur se lo si ritrova
annoverato fra le più attese ”ricorrenze” dell'anno. Nessuno,
però, ha mai osato proporne il definitivo e ufficiale
inserimento nel calendario delle festività riconosciute. La
diffusa ipocrisia e i falsi scrupoli della cosiddetta "società
civile", a prescindere dall'ovvio diniego della saccente
gerarchia ecclesiastica, non ha mai permesso che gli fosse
accordato un simile riconoscimento. A quanto sembra tutto trae
origine dal fatto che nell’antica Roma, la classe dei
privilegiati, non paga di condurre una decadente vita da
crapuloni, aveva inventato (in onore di Bacco - l’oriundo
Dionisio - dio del vino e nume tutelare dei bagordi dell’epoca)
i celebri "baccanali”, antesignani dell’odierno carnevale. Gli
arguti motti, “carpe diem” o "semel in anno, licet insanire…”,
divenuti slogan giustificativi dei frequenti conviviali
orgiastici, assursero poi ad emblematiche icone della dissoluta
vita castellana e di corte e, infine, sopravvissero
all’oscurantismo bigotto del medio evo, ai roghi degli eretici,
ai delitti dell’Inquisizione, sino a divenire, oggi, espressione
delle multiformi celebrazioni carnevalesche. Un po' dappertutto
nel Mondo il carnevale ha assunto la valenza di un importante
evento.
Le variegate schiere di coloro che ritengono essenziale
“onorare" il carnevale si sono parecchio infoltite e tra gli
accesi “fedeli” s'è venuto a creare un quasi coinvolgente
legame, frutto della smania festaiola ormai dilagante a tutti i
livelli. Molta gente ha fatto del finto perbenismo e della
inconcludente apparenza, una vera e propria dottrina di vita. I
più fanatici, chiaramente, sarebbero ben lieti se il periodo
carnevalesco potesse protrarsi per tutto l’anno. E' sempre più
rilevante, infatti, il numero di chi ritiene indispensabile
tuffarsi, almeno settimanalmente, nel vortice dei serotini
bagordi ballerecci, convinti che ciò possa rappresentare il
migliore rimedio ai diffusi turbamenti psichici, al soggettivo
stato di crisi interiore o all’incalzare della depressione,
quasi si trattasse di un salutare antidoto per ogni malessere
esistenziale.
Nessuno vuole contestare il diritto al “divertimento”,
considerato che chiunque è padronissimo di farsi travolgere come
e quando vuole dalla frenesia festaiola, ma non sarebbe male
avere la decenza di non guardare di traverso chi non condivide
un certo modo d’intendere talune variegate quanto ossessive
forme di “distrazione”.
Il discorso riguarda, in particolare, l’ambiente a noi più
vicino con l’aggravante che, per realizzare le insulse
coreografie delle costose “sfilate” è ormai invalsa l’usanza di
bussare a cassa presso le amministrazioni pubbliche al fine
d'ottenere congrui “contributi”, magari in virtù di riprovevoli
favoritismi o di più o meno consistenti pacchetti di voti
elettorali. Trattasi, spesso, di sostanziose elargizioni che
vanno ad assottigliare ulteriormente le già scarse risorse
disponibili per la funzionalità dei servizi pubblici e sociali,
per la pulizia e il decoro cittadino, per la cura del
territorio. Senza dire, poi, dei notevoli esborsi di denaro
(autentici sciupii) destinati ad approntare fastose
illuminazioni, spettacoli di basso livello, futili coreografie,
insulse sceneggiate. Appare scorretto, in tal maniera, addossare
ai contribuenti una buona parte dei costi della baldoria
carnevalesca il cui peso ricade, ovviamente, anche su quei
cittadini che non sanno proprio che farsene dei chiassosi
festeggiamenti.
Molti politici e molti amministratori pubblici non si stancano
d’affermare, con buona pace dei creduloni, che la buona
amministrazione presuppone il controllo della spesa pubblica.
Quando però si passa dal dire al fare il loro comportamento è
notevolmente diverso. Ciò dimostra quanto essi siano, in genere,
incalliti ciarlatani propensi all'inganno. Al cittadino “non
festaiolo” non può essere negato, in ogni caso, il diritto di
pretendere che le risorse pubbliche non vengano distratte per
sovvenzionare attività non connesse con l’interesse e con le
inderogabili necessità della collettività.
Tornando all'argomento base del carnevale e per meglio
approfondire le riflessioni prima esposte, appare utile e
pertinente rifarsi ad uno scrittore del ‘700 il quale, prendendo
lo spunto dal fastoso "Carnevale di Venezia", ebbe a dire, oltre
due secoli addietro (ma è come se fosse oggi) che "… in quei
giorni la gente è come impazzita, … si muove a masse compatte
fra calle e piazze, camuffandosi dietro variopinti e chiassosi
costumi o dietro paurose maschere che spesso servono a coprire
oscuri intrighi". E, a mo’ di chiarimento, si prese cura di
precisare che "la massa si lascia volentieri irretire dal
carnevale, genuina celebrazione delle miserie morali della
società".
Non si può disconoscere, in ogni caso, il fatto che tale
giudizio mette a fuoco la vera essenza dei “riti” carnevaleschi.
E’ chiaro, infatti, che il periodo del carnevale rappresenta il
contenitore di palesi ambiguità, di incongruenze sociali, di
deviazioni morali che, tenute circoscritte e represse per tutto
l’anno, emergono alla fine in maniera eclatante.
Per magnificare il carnevale, atteso momento di follia
collettiva, parecchi “soldini” vengono fuori con incredibile
prodigalità dalle tasche di chi, quasi orgogliosamente, intende
praticare i paganeggianti riti.
Fatta questa premessa, che trae lo spunto da riflessioni datate
1946, è opportuno precisare che lo scenario assunto a base del
complessivo discorso riguardante il carnevale, ha notevolmente
ampliato, oggi, la potenziale attrazione di sempre. E' divenuto,
fra l’altro, il motore di una travolgente macchina consumistica.
Dicevamo, già a quel tempo, che ciascuno insegue la chimera del
divertimento a modo proprio.
Dicevamo di quanto fosse sconfortante, allora, constatare come
parecchi "nuovi ricchi" - venuti fuori in maniera non sempre
trasparente ed onesta dalle paludi delle angustie belliche o
dalla fase iniziale del "boom" della ricostruzione, erano
convinti di potere facilmente mascherare la nebulosa provenienza
delle loro fortune con la spregiudicata ostentazione di un
elevato tenore di vita. Erano convinti d'avere lasciato alle
spalle i loro trascorsi. E non erano pochi coloro che, magari
infagottati in sfarzosi abiti e ostentando stereotipati sorrisi
e disinvolti atteggiamenti, andavano ad accalcarsi nei vari
locali approntati alla bisogna per consumare cene luculliane e
per scatenarsi, immersi nel frastuono, in frenetici balli. Anche
oggi, in occasione del carnevale, parecchi fra i nuovi festaioli
di turno s'illudono di potere annullare, magari solo per qualche
giorno o per qualche ora, disagi economici, angustie, sofferenze
e insicurezze. L’occasione appare buona per lasciarsi andare, da
"gente pazza che pretende di ragionare", a chiassose sarabande,
a scherzi non sempre garbati, a insulse smargiassate, a sfrenate
scorpacciate e bevute. Anche oggi, come allora, continua ad
esistere, tuttavia, un'altra faccia della medaglia. Una larga
fascia di povera gente non è in grado di calcare le scene del
“carnevale”. Per la semplice ragione d’essere costretti a vivere
quasi in miseria, da emarginati, annaspando fra quotidiani
disagi, privazioni e rinunzie, Sono persone che hanno ben altro
cui pensare e che mai, e poi mai, potrebbero permettersi il
lusso di partecipare a festeggiamenti carnascialeschi, a sfilate
o balli e, tanto meno, a dispendiosi banchetti.
Nell’ambito della cosiddetta “società civile” (che poi tanto
civile non è) nessuno pensa di contestare il “diritto” di
partecipare ad ogni sorta di manifestazioni festaiole - alla
stregua di qualsiasi altro fenomeno sociale - ma appare
sconvolgente, di contro, l’atteggiamento di vasti strati di
popolazione che, a fronte di un insano spirito emulativo e
rinnegando fedi religiose o basilari principi morali, si lascia
tanto facilmente attrarre dalla fatuità delle variopinte
“carnevalate”. Come non ritenere a corto di senno, in
definitiva, coloro che ritengono quasi doveroso porsi in
competizione con chi “può più spendere" solo per non incappare
in malevoli o beffardi “giudizi” di conoscenti o vicini di casa?
Con tutta probabilità, costoro dovranno poi fronteggiare, da un
carnevale all'altro, privazioni d’ogni tipo e natura, se non
addirittura lo spettro di opprimenti ristrettezze.
E che dire ancora di chi a “carnevale”, anche se per il resto
dell’anno è stato inflessibile critico e censore altrui, d'un
tratto diviene permissivo, accondiscendente e di larghe vedute?
Ben pochi, in definitiva, riflettono su quante preziose energie
e ricchezze vengono bruciate nei falò del “puzzolente santone"
che l’ambigua società ha reso talmente invitante da farlo
primeggiare come protagonista di una fra le più ambite "feste"
dell'anno. La celebrazione del carnevale, di regola, non
dovrebbe protrarsi oltre il martedì che precede la ricorrenza
delle Ceneri. Dovrebbe lasciare posto - in teoria e per
categorico dettame cristiano - alla “quaresima” e alle disattese
“penitenze”. Tale frontiera, manco a dirlo, non esiste più. E’ a
tutti noto, infatti, come parecchie ricorrenze infrannuali e,
purtroppo, talune feste religiose - magari con l’interessata
benedizione del clero - mescolano “il sacro al profano” e
divengono, non certo casualmente, occasione di frenetiche
chiassate a sapore carnevalesco, per poi finire, spesso e
volentieri, a “tarallucci e vino”.
Sono poche le persone che riescono a riflettere sulla poco
edificante realtà sociale parallela, fatta d’angoscianti
situazioni, di miserevoli condizioni di vita, d’umilianti realtà
che affliggono le classi sociali povere e che, oltre ogni
giustificazione, vengono pressoché ignorate. Mentre per le
strade, nei ritrovi, nelle case dei benestanti si pone in essere
una eccessiva prodigalità, in molte pseudo dimore dei quartieri
“poveri” (i dimenticati "ghetti" di paesi, città e metropoli)
regna spesso, quasi incontrastata, la più squallida indigenza.
Gelide, sporche e disadorne mura fanno da cornice a maleodoranti
ambienti ove bambini, tristi e smunti, attendono, con paziente
rassegnazione, un tozzo di pane che serva a lenire la radicata
fame e ove ci si contende una rabberciata coperta per riscaldare
le membra rattrappite dal freddo e dall’inedia. In altri non
meno desolati casolari, infermi e anziani patiscono,
probabilmente, inauditi disagi e sono privi, talvolta, della pur
minima assistenza. A fronte dell'incolmabile divario fra ricchi
e poveri, esistono situazioni che dovrebbero turbare la
coscienza d’ogni ben pensante. Situazioni che, ovviamente, mal
s’addicono con il clima festaiolo del carnevale. Dal dopoguerra
ad oggi gli anni sono trascorsi ma il modernismo e il tecnicismo
che imperversano, le crisi economiche e sociali che si
susseguono, i conflitti che divampano in ogni parte del Pianeta
fanno sì che, per molti versi, il citato divario tenda ad
allargarsi ulteriormente. E' mutato solo lo scenario in cui si
svolge il dramma di immense masse di popolazioni.
Certo non si è più ai tempi del 1946, quando non era raro
assistere, all’imbrunire, al rientro in paese di tanti umili e
poveri contadini. Erano uomini stanchi, incartapecoriti e
taciturni, carichi di bisacce e fascine poiché, molto spesso,
non disponevano neppure di un asinello o di un mulo. Avevano
faticosamente lavorato tutto il santo giorno e avevano percorso
sconnesse e irte strade di campagna. Dal viso ossuto e dalla
barba irsuta, traspariva una sorta di velata e malinconica
rassegnazione alla fatica. Tuttavia apparivano ben contenti
quando erano riusciti a mettere assieme quel poco di tenera
verdura di campagna che, a sera, avrebbe consentito alle donne
di casa d’approntare, sul fuoco di fumose fornacelle, una calda
minestra. Al chiarore ombrato di un lume a petrolio o di qualche
candela annerita, seduti attorno ad un traballante desco,
avrebbero potuto consumare così, alla fine della loro giornata,
una misera cena prima d’affidare le stanche membra al disiato
duro giaciglio. L’alba di un nuovo giorno sarebbe presto giunta,
implacabile, ed era necessario riacquistare energia e forza.
Chi, in coscienza, poteva fare finta di non essere consapevole
che in taluni squallidi ambienti, uomini, donne, bambini,
portavano avanti la loro grama esistenza assembrati in un unico
spazio, talvolta assieme agli animali che rappresentavano il
loro più prezioso patrimonio?
Chi mai potrebbe pensare che costoro, autentici reietti della
società, avrebbero potuto rivolgere un benevolo pensiero
all’imperversante smania festaiola?
Chi mai fra costoro, all'epoca, avrebbe potuto essere attratto e
appagato dall’assistere ad una “sfilata carnevalesca”, magari
sotto un’ imperversante “pioggia di coriandoli”? La distratta
"civiltà", pur se tanto decantata, non era stata ancora capace
di portare loro l’acqua corrente, l’elettricità, le fognature,
magari solo per apportare, in quegl’ambienti da cavernicoli,
delle pur minime condizioni d’igiene.
Solo la pioggia, quella battente, era la loro amica, specie
quando giungeva copiosa e trascinava a valle il lerciume delle
strade, puliva l'acciottolato sconnesso e purificava l’aria,
oltre a divenire un prezioso elemento per la loro vita
quotidiana nella misura in cui riusciva a riempire le cisterne
o, in mancanza, a colmare i capienti catini posti fuori casa.
Nessuno pretende di cambiare le radicate convinzioni di coloro
che s’inebriano nel promuovere e condividere le diffuse
balordaggini delle feste di massa, ma è profondamente immorale
lo sperpero che si determina attorno ad esse. In oltraggio ad
ogni credo religioso o ad ogni spirito umanitario, il costoso
"diritto” al divertimento, a prescindere dal diffuso andazzo
dell’ormai adusa esistenza godereccia, serve solo a sperperare
preziose risorse. E’ quantomeno assurdo ritenere che il
partecipare a chiassose serate, magari indossando un "dominò”,
una "maschera" o un costoso “costume”, possa fare sì che ci si
senta felici e realizzati.
Ciò non sembra possa servire, in ogni caso, a sgomberare la
coscienza dal rimorso d’avere offeso la diffusa povertà, magari
innescando sentimenti di rancore e di odio di classe, oltre che
tentazioni di ribellione o di atti inconsulti.
E' bene non dimenticare, per inciso, che v’è ancora qualcosa di
più paradossale: appare inqualificabile il comportamento di
taluni personaggi politici o sindacali (specie se
dichiaratamente di “sinistra”), quando disinvoltamente si
lasciano coinvolgere anch'essi dai "riti festaioli”, addirittura
in competizione con i tanto invisi "reazionari” e “capitalisti”.
Salvo poi, passata la festa e “gabbatu ‘u santu”, a riprendere
la farsa degli abusati e demagogici “discorsi”, magari
inneggianti ai diritti del “proletariato”. Forse sperando che la
massa dei diseredati possa ancora lasciarsi abbindolare con la
promessa d’agognate “riforme” teoricamente utili a sanare i
gravi problemi dell’emarginazione sociale. Ogni occasione
diviene buona per strumentalizzare la miseria, per urlare a
squarciagola provocatori “slogan”, per intonare inni esaltanti
il trionfo di oriunde “bandiere rosse”, per chiedere di
continuare a votare per loro.
Costoro ritengono d'essere, fra l'altro immeritatamente, gli
eredi di coloro i quali, ostentando vivaci e svolazzanti
fazzolettoni rossi, cravatte rosse che troneggiavano fra i
risvolti di giacche e cappotti, baschi rossi che coprivano
chiome o calvizie, avevano il coraggio di propugnare una svolta
rivoluzionaria allo sfacelo della società capitalista. Ideali
convinzioni che alimentavano, altresì, la forte spinta
concorrenziale in materia di populismo oltre di vestimenti rossi
nei riguardi degli “esecrati porporati” di Sacra Romana Chiesa.
Erano anni in cui esisteva una ben numerosa schiera di
facinorosi che nutrivano la speranza di vedere i luoghi pubblici
costellati da una miriade di “stelle rosse" e da sventolanti
bandiere rosse, magari poste su alti pennoni issati nelle piazze
ribattezzate, per l’occasione, “piazze rosse”. Chissà se avevano
anche “pianificato” un eventuale “carnevale rosso”!
Scivolando lungo il pendio del più antico e insanabile dramma
dell'uomo, il diuturno scontro fra ricchezza e povertà, siamo
finiti forse, senza volerlo, fuori tema. Confortati però dal
fatto che a carnevale "ogni scherzo vale", non ci resta che
chiedere venia agli amici benpensanti ed anche a chi,
cocciutamente, non intende rinunciare alle smanie festaiole.
febbraio 2016 -
A. Lucchese
Testo tratto da un vecchio
manoscritto,
"Enna - carnevale 1946",
a suo tempo pubblicato sul
periodico della Associazione “G.Borsi”,
“LA FIACCOLA”
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