18 Novembre 2021
DELOCALIZZAZIONE. CANCRO DELL’ITALIA
Ogni mattina, già alle sei attingo le notizie del giorno dai
giornali e dai telegiornali, e le notizie che mi fanno più male
hanno una parola altisonante:
“DELOCALIZZAZIONE”
Cioè da 100 a 1.000 e più famiglie perdono il lavoro e si
riducono sul lastrico.
C’è una locuzione, un detto in Sicilia per definire questa
improvvisa totale spoliazione: “Restanu cu na manu davanti e
l’altra darrè”, cioè totalmente nudi spogliati di ogni cosa,
anche della dignità. Costretti a proteggere la loro nudità,
esteriore ed interiore, coprendosi, metaforicamente, con una
mano il basso ventre (il pube) e l’altra dietro (il deretano):
uomini, donne, figli e nipoti, tutta la famiglia; specialmente
al Sud, ma anche nel Nord, se pur più agiato.
Un trauma sociale insanabile.
Alla ennesima provocazione affinché personalmente scenda dagli
stadi eterici degli ideali e metta le mani, la mente ed il
cuore, nel coacervo della concretezza: ecco la formula!
Una ipotesi concreta per salvare schiere infinite di onesti e
probi lavoratori, dall’annientamento di catene di famiglie
italiane, causato dalle “metastasi” di questo cancro sociale: la
delocalizzazioneindustriale.
Termine che Wikipedia così sintetizza “delocalizzazione:
essenzialmente è la massificazione del profitto e la
minimizzazione dei costi”. E Okpedia ne identifica l’azione
fraudolenta: “Delocalizzazione produttiva”.
Per la popolazione, che non gradisce termini e definizioni
pompose: essa è l’azione “scellerata” di: smontare un’azienda,
un’industria, un centro produttivo, spesso in ottima salute
economica, licenziare i dipendenti, tranne i depositari del
know-how (competenze. Cognizioni ed esperienze per il corretto
impiego ai fini produttivi), e trasferire il tutto “armi e
bagagli” in un altro territorio, quasi sempre un’altra nazione,
dove il rapporto costi/ricavi è molto pià vantaggioso.
Per mille motivi, fra i quali: costo della manodopera basso,
bassissimo, talvolta quasi inesistente, presente nei popoli
affamati; o in realtà territoriali con tecnologie altamente
imperanti, al punto tale che l’impiego dell’uomo è ridotto ai
minimi termini.
Bontà della scienza che tutti i giorni incrementa le tecnologie.
Entità astratte che poco a poco, a passi da gigante,
sostituiscono il contributo umano con stupide macchine capaci di
ripetere all’infinito e in modo inflessibile processi produttivi
senza l’onere del contributo umano, e con l’ulteriore vantaggio
di velocità sempre più accelerante.
Talché il potere del “padrone delle ferriere” e delle “finanze”,
viene concentrato nelle mani di pochi, che diventano sempre più
pochi.
Padroni della vita e della morte, semidei in terra, insensibili
alle sofferenze ed ai bisogni umani. Minosse che dagli inferi di
Dante si è impersonificato sulla terra, giudice, a insindacabile
giudizio, dei destini e delle vite umane. Esseri che non temono
il giudizio né terreno, né divino.
Una sola cosa temono, la perdita di profitto, la depauperazione
dei grassi utili.
A tale scopo si trincerano, si arroccano dietro: leggi che
difendono i loro interessi (torbidi guadagni), facendosi forti
di “yes men” (uomini “Si!”) totalmente votati all’esecuzione dei
diktat che occultano la disumanità, nel perseguimento di un
unico fine: “il profitto ad ogni costo. Costi quel che costi, in
ordine di vite umane”.
L’uomo è facile preda di questa ingordigia, specialmente quando
si sente al sicuro da reazioni che possono scalzarlo dal
piedistallo di presunta incolumità su cui si è assiso.
È per questo sentimento, che si annida dietro ogni dittatura,
che spesso i dittatori, al culmine della loro sicurezza, pagano
il fio delle loro colpe, quasi sempre con la vita.
Portandosi dietro tutto quel castello di sabbia costruito ed
abitato insieme ai fedeli castellani, la loro progenie e le loro
sontuose alcove.
Sentimento di vita e di morte che spetta solo al nostro Massimo
Fattore.
Rimetto i piedi fra la calca, col riprendere il termine
“DELOCALIZZAZIONE”.
Parola magica che addolcisce l’alito di Belzebù, pronunciata per
i semplici e gli indifesi, il cui fine è: esercitare liberamente
licenziamenti imprevisti, comunicati all’ultimo momento, persino
con un irrispettoso SMS ( Short Message Service ) . . E così
evitare il dover sostenere “de visu” lo sguardo esterrefatto del
dipendente che arriva a sfiorare l’infarto, poiché
improvvisamente gli si parano davanti agli occhi: la fame, la
miseria per lui e i suoi cari, l’accattonaggio fra parenti e
amici, l’isolamento sociale, i figli che nel silenzio
inconsapevolmente si vedono sottrarre l’indispensabile, ecc.,
ecc., ecc., fors’anche, in qualche caso, il suicidio, per la
vergogna ed il dolore.
Chiedo ai politici, che possono se vogliono , , fermare questa
emorragia economica e sociale della “delocalizzazione”, di
floride aziende, e perché no, anche di aziende decotte, con il
“varare leggi”, che difendano il diritto dei dipendenti, e
dell’indotto che ruota attorno, nell’IMPORRE, a chi denuncia
furbescamente incompatibilità competitiva sul mercato di “
cedere a costo zero “ stabilimento, attrezzatura e impianti ai
dipendenti ed alle maestranze che, con la dovuta assistenza di
tecnici qualificati continueranno a produrre. Oltre che, i
proprietari e gli azionisti : il dovere rifondere ” allo Stato ,
, il quale “ reinveste “nella stessa azienda: le prebente, i
prestiti, le sovvenzioni a titolo oneroso e non, le
facilitazioni fiscali ecc., ecc., ecc., acquisiti dalla nascita
al giorno corrente ; e portare la propria ingordigia e la
propria incompetenza “altrove”. “ Acqua davanti e ventu darre’ “
( acque per navigare e vento dietro … - per sparire
all’orizzonte - ) .
Brusio? Non si può fare, perché sarebbe una dittatura? Ma
perché, oggi in Italia cosa c’è, qualcosa di diverso? O viviamo
in uno Stato Fiscale che preleva a piene mani dalle tasche degli
indifesi, per “regalare” alle holding finanziarie e non,
pubbliche o private, arricchendo, dal vertice alla base, tutti i
fannulloni, i nullafacenti e gli sfruttatori “installati” in
questa bella e feconda nazione, seduti a tavola a sgranocchiare
a quattro ganasce, vomitando sui bisognosi : : insulti e
miseria?
Vi chiedo cortesemente: “Cortesemente chiedo a voi, ineccepibili
giuristi, voi che sapete e potete, illuminatemi sulla
nomenclatura appropriata con cui definire questo tipo di
dittatura”.
Je vous en prie, dites moi!
Ditelo anche al volgo bistrattato. Parlate in modo chiaro e
trasparente e non “fra i denti”. Fatevi capire in modo che
sappino e siano in grado di valutare con “cognizione di causa”.
“ In Good we trust ! “
flf
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