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 Qualche commento a caldo e qualche riflessione

sulla “parata” di Via dei Fori Imperiali.

 

Come volevasi dimostrare la “parata”, “sfilata” o “rivista”, come dir si voglia, svoltasi ieri a Via dei Fori Imperiali ha dimostrato d’essere, come previsto, una pura e semplice “messa in scena”, chiaramente dispendiosa, figurativamente vacua, parecchio incongruente, rispetto alle più o meno condivisibili e accettabili finalità per cui è stata approntata. In uno degli anni passati, se la memoria non inganna, fu deciso di evitare il sorvolo della “pattuglia acrobatica” dell’Aeronautica militare sia per l’eccessivo costo che la preparazione e l’effettuazione di tale esibizione comporta, che a motivo dei risaputi potenziali rischi. Tuttavia, la corsa alla esteriorità fine a se stessa ha avuto la meglio e anche quest'anno la costosa rappresentazione, peraltro della durata di una manciata di minuti, ha avuto il suo preordinato svolgimento, "frecce tricolori" incluse. Come suole dirsi, lo spettacolo deve continuare, pur in presenza di circostanze tutt'altro che piacevoli. Nulla a che spartire con i sacri Ideali collettivi, con l'amor di Patria, con gli irrinunciabili valori delle Istituzioni e della società nazionale, di quella ancora sana e non contaminata. 
A fronte di una discutibile coreografia e del tentativo di porre in risalto il 100° anniversario della partecipazione italiana alla 1° Guerra Mondiale, interi reparti, composti da parecchie centinaia (o migliaia?) di uomini, hanno partecipato alla sfilata addobbati con costose divise d’epoca (ovviamente approntate all'uopo) e dotati di antiquati materiali da museo. Da questa discutibile trasposizione storica non s’è salvata neppure la compatta rappresentanza della superlativa “Brigata Sassari” che quest’anno ha dovuto sfilare con divise d’ordinanza dei tempi eroici dell’Isonzo, dell’Altopiano di Asiago, del Piave, luoghi in cui l’ardimento e il sacrificio dei suoi fanti le fecero meritare due medaglie d’oro al valor militare. Per inciso, come la mettiamo con gli infiniti “complessi bandistici” (talvolta anche duplicati) esistenti nell’ambito territoriale dei corpi militari e para militari e il cui organico di base è di 120 unità?  Anche i Vigili del Fuoco hanno la propria "banda". Manca solo quella dei “cappellani militari”. Può darsi, però, che al più presto si riterrà opportuno provvedere a colmare tale vuoto.  "E io pago", ..... diceva la buonanima di Totò. 
E’ stata, in definitiva, un qualcosa rivolto più al ricordo del passato che alla presa di coscienza del presente. Tutto sommato, una scontata riconferma di quanto avvenuto negli anni trascorsi.
Infine, nell’ambito della folla di personaggi d’alto lignaggio - civili e militari - assemblati nelle “tribune” non s’è intravista neppure l’ombra di una qualche “rottamazione” di formalistici schemi comportamentali e di rappresentanza, a parte la propensione all’euforica ostentazione della propria presenza (“io ci sono”), fatta di calorose strette di mano, di paroline all’orecchio, di smaglianti sorrisi d'occasione. Solo l’aspetto silenzioso, impenetrabile e un po’ triste del Presidente Mattarella, oltre che la faccia tesa e forse alquanto stanca di Renzi, contrastavano con l’aria da festa comandata regnante un po’ ovunque, come se tutto in Italia andasse bene. Per la cronaca, Renzi era reduce da una improvvisa quanto faticosa visita al contingente italiano in Afganistan, effettuata il giorno prima nell’arco di poche ore. Nell’occasione è stato immortalato dalle implacabili e onnipresenti telecamere, mentre passava in rivista il reparto d’onore, con indosso una antiestetica giacca mimetica, piuttosto fuori misura e parecchio contrastante con i poco militari pantaloni jeans.
Niente da eccepire o ridire, in ogni caso, nei riguardi dei circa 5000 uomini e donne (militari, personale di scorta, polizia, vigili e servizi vari) mobilitati e impegnati per parecchi giorni - non certo volontariamente o a titolo gratuito - per soddisfare quella che il Presidente Mattarella ha voluto definire "la festa di tutti gli italiani” …. che “in quel giorno ricordano e riaffermano i valori democratici della convivenza civile che trovano espressione nelle varie forme della loro partecipazione alla vita sociale del Paese".
Se le meditate e sicuramente sentite parole del Presidente fossero convalidate da una rispondente immagine dell’Italia 2015, ci sarebbe veramente da festeggiare e da inneggiare convintamente alle Istituzioni.
Purtroppo non è così e ci si trova in presenza, invece, di una realtà ben diversa, risaputamente frutto di un recente e di un meno recente passato di malgoverno partitico e di dannosa e scorretta interferenza di speculativi e ingordi gruppi d’affari.
Riferendosi poi specificatamente alla “parata” il Presidente ha aggiunto che essa, “lungi dall'essere un'anacronistica esibizione muscolare, è un giusto segno di attenzione che l'Italia rende ai quei tanti uomini e donne che ogni giorno servono il Paese …..” .
Senza velleità alcuna di entrare nel merito dell’elevato pensiero del Presidente Mattarella e con il massimo rispetto per tutti coloro che con convinzione, sacrificio e rischio svolgono delicate mansioni di tutela della sicurezza collettiva e di protezione del territorio, non si può essere tanto convinti, tuttavia, della funzionalità e della razionalità dei servizi, per come in atto essi sono strutturati.
Sovrapposizioni di compiti, appesantimenti burocratici territoriali e ministeriali, divergenze di obiettivi, di comando e d’impiego nell’ambito delle varie settorialità operative, affermazioni di prerogative personali e di competenza, sono tutte cose che generano enormi sciupii, pesanti oneri strutturali aggiuntivi, ostacoli organizzativi, particolarmente nel settore della logistica e della acquisizione, manutenzione e reintegro dei mezzi e delle attrezzature occorrenti. Non parliamo poi della enorme spesa per dotazioni e armamenti non indispensabili (talvolta superflui, in esubero o inoperativi) accantonati nelle caserme, negli aeroporti e nelle basi navali.
E’ ovvio che tale modo di gestire il complicato settore delle Forze Armate e dei Corpi militarizzati paralleli o sussidiari (il vasto campo degli “uomini in divisa”), comporta una notevole dilatazione dei vari organici (più o meno “incomunicabili” fra loro, quando non proprio a “paratie stagne”) strutturati a fronte di una scala gerarchica che incorpora molti “generali”, moltissimi “ufficiali superiori” e una notevole varietà di “graduati” (ovviamente remunerati in relazione alle relative “tabelle” di grado e appartenenza), indubbiamente sproporzionata rispetto alla consistenza dei reparti di base e alle funzioni da espletare. E’ notorio, a tal proposito, che gli oneri diretti e indiretti relativi alla gestione del “personale” (fra cui la fantomatica “riserva”, cioè i quadri non in servizio attivo o in temporanea quiescenza) assorbe oltre il 60% degli stanziamenti complessivi, ivi comprese le abnormi liquidazioni e i trattamenti di fine servizio spettanti agli appartenenti ai vertici di comando. La responsabilità di tutto ciò, ovviamente, non può non essere attribuita alla politica che nel tempo ha permesso, avallato e codificato un tale stato di cose. Timore reverenziale misto a calcolo strumentale verso la galassia militare?
Questo è oggi il vero “handicap operativo” che condiziona ogni ristrutturazione migliorativa e che incombe sugli stanziamenti di bilancio facenti capo al Ministero della Difesa e agli altri Ministeri ed Enti Locali da cui dipendono le folte schiere degli “uomini in divisa”.
Problema che pesa non poco sull’erario pubblico e quindi sui contribuenti.
Di riforma e di ristrutturazione del settore manco a parlarne (tranne qualche fievole battuta lanciata fra le righe di uno dei tanti “interventi televisivi” dell’attuale inquilino di palazzo Ghigi), stante che sono forse insuperabili le resistenze frapposte da chi sta abbarbicato al vertice dei vari organismi e da chi guarda più al conservatorismo che al realismo. E’ palese il fatto che nessuno di costoro vuole rinunciare alle prerogative “ad personam” e ai diritti acquisiti. Il tutto attendendo il 2 giugno - Festa della Repubblica – del prossimo anno 2016 e con buona pace per i gravosi e pericolosi problemi che oggi attanagliano la Nazione Italia.

3 giugno 2015                                                                                             Luau

 

  

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